Quale formato scegliere per archiviare i file fotografici (RAW, TIFF, JPEG)

8 maggio 2018 - Categoria: Software

L’archiviazione dei file è uno dei principali problemi introdotti dalla fotografia digitale: non si tratta solo di scegliere il supporto per l’archiviazione, ma anche il criterio e il formato (tipo di file). Oggi parlerò dei formati.

I formati principali che si utilizzano in fotografia sono RAW, TIFF e JPEG: ma sono tutti adatti per l’archiviazione?

RAW: il “negativo digitale”

Spiegare cosa sia un file RAW (“grezzo”) richiederebbe un articolo tecnico dedicato (segnalo a tal proposito “Nessuna post-produzione.” Davvero? di Marco Olivotto), mi limiterò perciò a evidenziare la sua utilità pratica. Il formato RAW, a differenza di un file d’immagine di tipo raster (come il tiff o il jpeg), non è un file pronto all’uso: deve essere prima “sviluppato”.

Esistono diversi formati RAW: ogni produttore di fotocamere ne ha creato uno proprietario (.CR2 per Canon, .NEF per Nikon, .ORF per Olympus ecc.). Per sviluppare questi file e renderli utilizzabili serve un software (raw developer) per la demosaicizzazione. Le case produttrici offrono i loro programmi proprietari, ma esistono anche software di terze parti non vincolati a un particolare produttore come: Adobe Camera Raw, Adobe Lightroom, DxO PhotoLab, PhaseOne Capture One ecc.

Schermata del programma di sviluppo Adobe Camera RAW
Schermata del programma di sviluppo Adobe Camera RAW.

Ma, per quale motivo scattare (e archiviare) in RAW se i file ottenuti non sono direttamente utilizzabili? Quali sono i vantaggi?

I file RAW contengono la quantità maggiore di informazioni catturate dal sensore e sono i più flessibili da elaborare: per esempio massimizzano la possibilità di recuperare dettagli nelle ombre o nelle alte luci. Inoltre, dato che le modifiche vengono registrate nel file sidecar, mantengono la loro struttura originale anche dopo la regolazione.

Il file sidecar

L’immagine che vediamo aprendo un RAW con un programma di demosaicizzazione non è realmente il file nativo: il software ha già eseguito alcune operazioni preliminari (per capire meglio cosa intendo rimando all’articolo di Marco Olivotto citato all’inizio).
Grazie al programma di sviluppo è possibile agire su molte impostazioni (bilanciamento del bianco, contrasto, nitidezza ecc.) che permettono un ampio margine di regolazione. Le modifiche che apportiamo vengono memorizzate in un file di piccole dimensioni che viene salvato nella stessa cartella del RAW. Questo file è detto sidecar e ogni programma di sviluppo usa un file sidecar proprietario (DxO PhotoLab usa i .dop, Adobe Camera Raw i .xmp ecc.).

File RAW Olympus (.ORF) con due file sidecar: Adobe (.xmp) e DxO (.dop)
File RAW Olympus (.ORF) con due file sidecar: Adobe (.xmp) e DxO (.dop).

L’impiego di un file sidecar ha vantaggi importanti:

  1. il file RAW originale non viene modificato;
  2. si può sviluppare uno stesso RAW con programmi differenti occupando pochissimo spazio in più dato che le modifiche vengono memorizzate nel file sidecar, senza bisogno di duplicare il  RAW;
  3. se apriamo nuovamente il RAW per ulteriori modifiche, il file sidecar mantiene tutte le impostazioni e le variazioni che sono non distruttive. Nel caso in cui (vedi punto 2) si utilizzino programmi differenti per sviluppare i RAW le modifiche introdotte con un programma non influenzano le impostazioni dell’altro.

Quanto detto sul formato RAW spiega la sua importanza e perché consiglio sempre di impostare la fotocamera per scattare (anche) in RAW (RAW+JPG).

Tornando all’argomento principale dell’articolo, quando archivio i miei lavori creo almeno due cartelle per ogni progetto: una per i file originali (RAW + sidecar) e l’altra per i file lavorati. Nella cartella dei file lavorati archivio i TIFF postprodotti.

File TIFF

Il TIFF (Tagged Image File Format) è uno dei formati più usati nella gestione e stampa delle immagini fotografiche. Lavorando in Adobe Photoshop e salvando le immagini in TIFF è possibile mantenere livelli di regolazione (valori tonali, curve, oggetti avanzati ecc.) separati e apportare così modifiche non distruttive. I file TIFF supportano inoltre la compressione lossless (senza perdita di informazioni) a differenza dei JPEG la cui compressione è lossy (con perdita di informazioni).

Archivio i file postprodotti in formato TIFF, per lo più a 16 bit, e se ho fatto un particolare lavoro con maschere e livelli salvo il file con i livelli separati. Se da una parte questa pratica mi permette modifiche non distruttive, dall’altra ne aumenta le dimensioni (proporzionalmente al numero di livelli salvati). Ma l’aumento delle dimensioni non è l’unico inconveniente: aprire un file multilivello di Photoshop con un altro programma di editing o di visualizzazione genera problemi di compatibilità. Per risolvere l’inconveniente è necessario salvare (anche) una copia del file TIFF con un “unico livello” (perdendo le regolazioni su livelli separati).
Questa problematica si è accentuata da quando la suite di Adobe è acquistabile solo in abbonamento per cui il non professionista che decidesse di smettere di pagare la sottoscrizione si troverà ad avere dei file che non può più visualizzare correttamente. Questo discorso è valido per i file che sfruttano funzioni implementate solo dai software Adobe.

File JPEG

Il JPEG (Joint Photographic Experts Group) è un formato che non dovrebbe essere usato né in fase di editing né tantomeno per archiviare i file. Il tipo di compressione adottata dal JPEG è di tipo lossy: l’algoritmo riduce le dimensioni dei file “aggregando” informazioni simili. La perdita di dati che ne deriva si traduce in immagini meno nitide e contrastate, più “piatte” e approssimative. Maggiore è la compressione impostata, maggiore il numero di informazioni perse e, di conseguenza, minore la qualità del file risultante.

Quando usare il JPEG

Come ho anticipato sconsiglio vivamente di archiviare le immagini in formato JPEG, ma in altre circostanze il JPEG è estremamente utile.

Per esempio, molte fotocamere digitali producono dei file JPEG diretti (cioè generati direttamente dalla fotocamera che sviluppa il RAW e lo converte internamente) di qualità molto buona, utili per chi lavora con agenzie e deve inviare in fretta le immagini scattate durante gli eventi.
Il JPEG è utile per scambiare file dimostrativi, per l’utilizzo sul web e, entro certi limiti, per servizi di stampa (non fine art) online.

JPG diretto generato dalla compatta Fuji X20
JPG diretto (ridimensionato) della compatta Fuji X20. I RAW delle prime fotocamere Fuji con sensore X-TRANS di prima generazione erano problematici da demosaicizzare, ma la fotocamera produceva dei buoni JPEG diretti.

Le mie fotocamere sono impostate per scattare in RAW+JPEG perché trovo quest’ultimo formato comodo per una veloce selezione dei file.

Quando mi trovo costretto a lavorare un file in JPEG la prima cosa che faccio è convertirlo in TIFF in modo da non incorrere in una compressione con perdita dopo ogni salvataggio. Una volta finita la postproduzione archivio il lavoro in formato TIFF. A differenza del RAW, ma anche del TIFF, la flessibilità del JPEG è molto minore, soprattutto se la fotocamera da cui è stato generato utilizza un profilo “aggressivo” con alti valori di contrasto, saturazione e nitidezza. In questi casi c’è poco da fare perché i “danni” sono irreversibili.
Allo stesso modo è difficile correggere errori di sotto o sovra-esposizione e recuperare dettagli nelle aree problematiche.

Conclusione

Se la fotocamera lo consente, scattate sempre in RAW e salvate i file postprodotti in TIFF. Archiviate poi sia i file RAW (con il relativo sidecar) sia i TIFF postprodotti.

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