Massificazione della fotografia: la nascita della fotografia segnaletica e del foto-dilettantismo

Tra pochi giorni ricorrerà il 40° anniversario della legge 180 del 13 maggio 1978, detta anche legge Basaglia. Una norma che rivoluzionò il diritto in materia di trattamento sanitario obbligatorio e decretò formalmente la fine della struttura istituzionale del manicomio. La legge fu un riconoscimento importante del percorso intrapreso in Italia da Franco Basaglia e da coloro che condividevano una visione della cura del disagio mentale fondata sulla comprensione e sul recupero piuttosto che sulla “detenzione” e l’isolamento. Una legge che riconsegnò ai matti lo statuto di cittadini.

Ma cosa c’entrano Basaglia e i manicomi con l’argomento di cui scriverò oggi? Ve lo dico subito. In queste settimane sono molti gli articoli che parlano dei 40 anni della legge 180 e che fanno il punto della situazione sui passi avanti intrapresi ma anche sul lavoro che deve essere ancora fatto. Sulla scia della “ricorrenza” mi è venuta voglia di riaprire Basaglia a Trieste, cronache del cambiamento, un libro fotografico che racconta alcuni dei momenti e dei successi dell’“esperimento” triestino attraverso le immagini di Claudio Ernè.

Basaglia a Trieste. Cronaca del cambiamento
Basaglia a Trieste. Cronaca del cambiamento

Nel libro sono riportati anche alcuni brevi testi di Peppe dell’Acqua, di Franco Rotelli e dello stesso Ernè. Quello di dell’Acqua, in particolare, ricorda l’indissolubile rapporto che ha legato la catalogazione e la stigmatizzazione dei disagi mentali (e dei loro portatori) alla fotografia.

La fotografia psichiatrica aveva due scopi manifesti: identificare l’internato (al momento della reclusione) e documentare il suo stato e la patologia da cui era affetto durante il trattamento (che difficilmente gli avrebbe ridato la “libertà”).

Prendendo spunto dalla nascita della fotografia psichiatrica e dalla funzione identificativa, parlerò brevemente di due fenomeni che presero forma nella seconda metà dell’Ottocento: la fotografia giudiziaria a scopo segnaletico e identificativo e la nascita del foto-dilettantismo (con la curiosa parentesi delle detective camera).

Foto-dilettantismo e fotografia identificativa sono entrambi resi possibili dalle innovazioni tecnologiche che hanno portato alla massificazione della fotografia. E sono sempre i progressi tecnologici che, intorno al 1860, hanno permesso di democratizzare il ritratto, rendendolo più economico e quindi accessibile a chiunque. Ogni persona poteva fissare la propria effige su carta, ma allo stesso tempo creava un documento che poteva renderlo identificabile. Si tratta di una prospettiva poco considerata agli albori della diffusione della fotografia, ma che chiude il cerchio della storia che state per leggere.

Massificazione della fotografia e identificazione

Le innovazioni tecnologiche che semplificarono la pratica fotografia e la sua riproducibilità resero la fotografia uno strumento interessante nell’ambito della pubblica sicurezza.

La domanda di sicurezza

Nella seconda metà dell’Ottocento, in particolar modo nelle città, la criminalità era fortemente cresciuta. Nella società industriale era quindi sempre maggiore la richiesta di protezione e rassicurazione. Negli ultimi vent’anni del XIX secolo i giornali dedicavano ampio spazio ai successi conseguiti dalla polizia: le persone desideravano sentirsi rassicurate e quale miglior modo se non sbandierare i successi ottenuti grazie agli ultimi ritrovati in campo scientifico? La “cattura fotografica” del deviante in azione era uno di questi, insieme alle schedature iconografiche che permettevano il riconoscimento del criminale in maniera molto più semplice rispetto alle sole impronte digitali. Riconoscimento che, grazie ai manifesti, poteva essere effettuato da qualunque cittadino.

«Alla metà del secolo [anche se il vero fondatore della polizia scientifica viene considerato Alphonse Bertillon, che nel 1882 fondò in Francia il servizio di Identità Giudiziaria della prefettura di polizia], essa [la fotografia] permetteva finalmente di dare un volto a ogni cittadino, e quindi anche di esercitare un controllo preventivo e un intervento punitivo» (Gabriele D’Autilia, L’indizio e la prova. La storia nella fotografia).

Bertillonage
Bertillonage

Possedere un ritratto depositato presso uno studio fotografico, conservarlo in casa o concederlo in dono, diventò, per i trasgressori della legge, quasi altrettanto pericoloso che avere la scritta «wanted» stampata sopra propria immagine. «La storia del West abbonda di killers che per aver donato il proprio dagherrotipo a una ragazza del saloon, furono inopinatamente riconosciuti da un bounty killer, cioè da un “buon omicida”, cadendo sotto i suoi colpi» (Ando Gilardi, Wanted! Storia, tecnica ed estetica della fotografia criminale, segnaletica e giudiziaria).

Le detective camera

I primi apparecchi usati dagli agenti per la “cattura fotografica” dei criminali in azione avevano la particolarità di poter essere utilizzati senza cavalletto e dettero il via a una moda borghese: la fortunata commercializzazione delle detective camera (vessate per lo più da difetti di funzionamento).

Questi apparecchi, camuffati da oggetti di comune uso quotidiano, vennero pubblicizzati come strumenti a disposizione dell’onesto cittadino affinché anch’egli potesse dare il proprio contributo al mantenimento dell’ordine pubblico e alla cattura di coloro che intendevano turbarlo. Alla metà degli anni Ottanta del XIX secolo questi bizzarri apparecchi divennero una mania. «Adams e Co. per 42 scellini applicavano a qualsivoglia bombetta la loro detective» e le bombette erano solo uno degli accessori utilizzati oltre a orologi, bottoni del cappotto, cravatte, bastoni da passeggio ecc. Ma, al di là della promozione della Adams & Co., i prezzi delle detective installate negli innumerevoli accessori erano molto più elevati.

Detective camera
Detective camera (fonte immagine: downtowncamera.tumblr.com).

La diffusione di questi apparecchi, che ebbe durata trentennale, portò allo scoperto l’esistenza di una categoria di fotografi accanto ai quella dei fotoamatori: questi ultimi erano interessati alla qualità dello strumento e al risultato mentre i ben più numerosi «pseudofotografi […] si appagavano con l’esibizione dell’apparecchio e tanto più [quanto esso] appariva stravagante, misterioso, provocante» (Ando Gilardi, Storia sociale della fotografia).

Il ritratto come potenziale segnaletica

Lo stesso ritratto fotografico, pratica che sancì il primo uso sociale della fotografia, venne percepito come uno strumento per favorire l’identificazione delle persone, «un mezzo di tutela della società civile contro gli individui pericolosi […]» (Carlo Brogi, Il ritratto in fotografia – appunti pratici per chi posa). Di ciò si era accorto già da tempo il ministro degli interni Duchatél: «Il dato “matematico” della misurazione del volto è… il fotoritratto» (Ando Gilardi, Wanted!). Allo scopo infatti non venivano utilizzati solo gli “scientifici” ritratti “presi” nelle centrali di polizia, ma anche autoritratti e foto di famiglia, reperiti presso parenti.

Qualche decennio più tardi, in Italia, una delle leggi fasciste del 1927 prevedeva la consegna obbligatoria di una propria foto allo Stato per agevolare il controllo da parte del regime e per reprimere l’organizzazione antifascista. Per quest’ultimo scopo venivano utilizzate anche foto scattate in occasione di un fermo o sequestrate durante le perquisizioni (Gabriele D’Autilia).

Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, i ritratti segnaletici dei devianti mostrano anche la loro funzione didattica: in un libro per ragazzi sono riprodotte alcune foto segnaletiche corredate dalla seguente didascalia «La fotografia rende i più grandi servizi alla società. Si esegue, per amore o per forza, il ritratto di tutti i sospetti e condannati alla prigione. Più tardi, se si scoprirà un crimine, il ritratto sarà utile all’arresto del colpevole e di grande aiuto nelle indagini…» (Ando Gilardi, Wanted!).

Sull’uso della didascalia nelle immagini andrebbe aperto un capitolo a parte. Non mi riferisco in particolare alla didascalia appena citata (che comunque non è innocua), ma all’uso strumentale che ne può essere fatto.

La nascita del foto-dilettantismo

Il fenomeno della massificazione della fotografia inizia verso la fine dell’Ottocento. «Lastre asciutte a buon mercato, di rapida sensibilizzazione, e pellicole, velocissime, procedimenti di sviluppo e stampa facili, obiettivi fissi, otturatori rapidi, apparecchi portatili, furono tutti progressi tecnici che misero la fotografia a portata di mano di dilettanti inesperti» (Beaumont Newhall).

Fotocamera Kodak del 1888
Fotocamera Kodak del 1888 ( (fonte immagine: Smithsonian).

1888, l’anno della svolta

Dal 1888 in poi “prendere” istantanee diventa un hobby che quasi tutti possono permettersi: «a partire dal 1888, anno in cui George Eastman mise in circolazione la prima Kodak, si può parlare di un vero fiorire dei dilettanti. La Kodak costava 25 dollari e era caricata con una pellicola che permetteva di fare 100 fotografie. Una volta esaurito il rotolo, l’apparecchio e la pellicola dovevano essere rispediti alla fabbrica di Rochester, dove si provvedeva allo sviluppo e alla stampa; poi l’apparecchio era caricato con una nuova pellicola e rispedito al mittente» (Gisèle Freund). Non a caso il motto della Kodak era: «You press the button, we do the rest». Il costo complessivo di tutto il procedimento descritto era di 10 dollari!

Eastman aveva avuto un’intuizione simile a quella che avrebbe avuto Henry Ford meno di un ventennio più tardi: stabilire prezzi che permettevano ai suoi stessi operai di acquistare le automobili prodotte, facendo così decollare le vendite. La strategia Kodak non smise di dare i suoi frutti: il circolo virtuoso creatosi permise già nel 1896 la vendita di una fotocamera a 5 dollari e nel 1900 quella della storica BROWNIE a 1 dollaro.

Pubblicità della fotocamera Kodak del 1888
Pubblicità della fotocamera Kodak del 1888 (fonte immagine: Vintage Everyday).

Il predominio dell’immagine a colori fra i foto-dilettanti

Poco meno di un secolo dopo, una delle occasioni predilette per la pratica fotografica sono i viaggi: negli anni Settanta del Novecento, insieme alla maggiore disponibilità di tempo e denaro da investire nelle vacanze, aumentano anche le occasioni di pratica fotografica.

I progressi tecnici hanno reso ora economicamente accessibile a tutti scattare immagini a colori. «Nel 1949 negli Stati Uniti, nel 1952 in Francia, la Kodak mette in vendita una pellicola a colori, il Kodakcolor, da cui si possono ottenere fotografie eccellenti e a buon mercato. Da questo momento comincia la moda della fotografia a colori» (Gisèle Freund). Le fotografie a colori gratificano il fotografo dilettante più del bianco e nero: nel 1973, dei 6 miliardi e 225 milioni di fotografie scattate dai dilettanti americani, l’87 per cento sono a colori (fonte: Rapporto Wolfman 1974-75 sull’industria fotografica negli Stati Uniti citato da Gisèle Freund).

Il mercato della fotografia continua a mantenere un’andatura spedita, gli anni Ottanta vedono le grandi industrie fotografiche intensificare le ricerche e perfezionare i prodotti per non deludere i numerosi acquirenti e aumentare i profitti.

Kodak e la Instamatic

Le fotocamere Kodak hanno sempre puntato sulla grande massa dei foto-dilettanti che preferiscono la INSTAMATIC, poco ingombrante, economica e semplice da usare rispetto alle fotocamere più sofisticate delle industrie tedesche e giapponesi vendute a prezzi molto più elevati.

Kodak Instamatic 100 del 1963
Kodak Instamatic 100 del 1963 (fonte immagine: Collection appareils).

Nella seconda metà del Novecento la Polaroid, un altro colosso dell’industria fotografica americana, farà una spietata concorrenza alla Kodak. Le due case si daranno battaglia a colpi di apparecchi sempre più piccoli ed economici, caratteristiche che sono imposte dalle esigenze dei dilettanti. «Nel 1972… Questo formato [il formato tascabile della nuova INSTAMATIC] risponderà alle nuove esigenze dei dilettanti che si spostano sempre di più con un numero sempre minore di bagagli» (Gisèle Freund).

Arrivati questo punto dovremmo “compiere il salto”: ci stiamo avvicinando all’era della tecnologia e dell’immagine digitale, ma l’articolo termina qui, a circa un secolo di distanza da quel rivoluzionario 1888.

Bibliografia consigliata

Gabriele D’Autilia, L’indizio e la prova. La storia nella fotografia
Gisèle Freund, Fotografia e società
Ando Gilardi, Wanted! Storia, tecnica ed estetica della fotografia criminale, segnaletica e giudiziaria
Ando Gilardi, Storia sociale della fotografia
Beaumont Newhall, Storia della fotografia

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