Usi e funzioni sociali della Fotografia (parte 1)

8 agosto 2016 - Categoria: Storia

Una decina d’anni fa discutevo la tesi di laurea: La Fotografia come pratica sociale. Elementi per un’analisi critica.

Su questo blog ho già pubblicato un articolo (lo trovate qui) dedicato al lavoro della Farm Security Administration, attingendo e rielaborando il secondo capitolo della tesi.

Fino a oggi sono stato nel dubbio se pubblicare o meno il primo capitolo. Nonostante siano passati “solamente” dieci anni, certi fenomeni socio-culturali sono stati talmente incisivi e pervasivi da mettere in discussione alcune delle osservazioni fatte nel testo del 2006.
La mia attività principale, ora, è volta ad altro, quindi sarebbe poco serio mettermi a riscrivere o stravolgere un testo frutto di un percorso durato alcuni mesi. Allo stesso tempo, però, trovo che buona parte di quanto scritto sia tutt’ora attuale e che la parte storica sia rimasta invariata.

Per giungere al dunque, ho deciso di ripubblicare il primo capitolo, tagliando e limando parti non necessarie che appesantirebbero gratuitamente la lettura. Mi sono limitato, dove non potevo proprio evitarlo, a segnalare lapidariamente cambiamenti degli ultimi anni che per la loro portata non potevano essere ignorati.

Ho suddiviso il testo in 6 articoli che verranno pubblicati nei prossimi giorni.

Si comincia… buona lettura!

 

«…sono d’accordo sul fatto
che l’espressione linguaggio
fotografico è solo un modo
di dire, una metafora, come
il linguaggio dei fiori.
Al fiore si è deciso all’esterno
di dare un significato,
la rosa rossa
significa amore passione…»
(Ando Gilardi)

«Non voglio essere
un fotografo professionista;
mi basta fare le foto di famiglia
decentemente…»
(lettera pubblicata
su periodico fotografico)

 

1.1 Il debutto in società

Il 1839 è ufficialmente riconosciuto come l’anno della nascita della Fotografia.
Quando la scoperta venne resa pubblica si aprirono fervidi dibattiti. La questione centrale era se «l’apparecchio fotografico» fosse «un semplice strumento tecnico, capace di riprodurre in modo strettamente meccanico la realtà così come appare, o invece bisognava considerarlo come un autentico mezzo di esprimere una sensazione artistica individuale». Nemmeno la Chiesa si astenne dall’esprimere le sue opinioni, ispirando in quello stesso anno un articolo ostile su un giornale tedesco, nel quale si leggeva: «Voler fissare visioni fuggitive, non soltanto è una cosa impossibile, come hanno dimostrato esperimenti assai seri compiuti in Germania, ma confina con il sacrilegio. Dio ha creato l’uomo a propria immagine e nessun uomo può fissare l’immagine di Dio» (Gisèle Freund).
Naturalmente le teorie positiviste, che rappresentavano in quel periodo il vangelo laico degli scienziati, guardavano alla Fotografia con ben altri occhi, eleggendola a strumento sommo per le “registrazioni oggettive”, non inquinate dalla presenza (soggettiva) dello scienziato ricercatore.
La tensione fra oggettivismo e soggettivismo è sovrapponibile a quello che è stato indicato precedentemente come il problema centrale del dibattito sulla Fotografia, ovvero se l’apparecchio fotografico debba essere considerato uno strumento meccanico per riprodurre il mondo senza la contaminazione dell’operatore oppure un mezzo di espressione artistica a cui debba essere riconosciuta la stessa dignità delle altre forme d’arte (pittura, scultura ecc.).

Ma cosa ne pensavano noti personaggi del tempo? Secondo Baudelaire la Fotografia deve tornare al suo vero posto, che è quello di ancella delle arti e degli artisti, di semplice utensile. «Bisogna dunque che essa rientri nel suo vero compito, che è quello di essere serva delle scienze e delle arti, ma una serva molto umile, come la stampa e la stenografia che non hanno né creato, né supplito la letteratura. […] Che [la Fotografia] salvi dall’oblio le rovine pendenti, i libri, le stampe e i manoscritti che il tempo divora, le cose preziose le cui forme spariranno e che richiedono un posto negli archivi della nostra memoria, essa sarà ringraziata e applaudita. Ma se le viene permesso di invadere il dominio dell’impalpabile e dell’immaginario su tutto ciò che vale solo perché l’uomo vi aggiunge qualcosa della sua anima allora sfortunati voi!» (Charles Baudelaire).
Il poeta stabilisce, quasi con violenza, una netta separazione tra la Fotografia come semplice strumento di una memoria documentaria del reale e l’arte come pura creazione immaginaria. La Fotografia può tutt’al più aiutare le scienze nel loro sforzo per una migliore comprensione del mondo, ma non deve invadere la sfera della creazione artistica. Baudelaire concepiva l’arte come elitaria e idealista, libera da ogni funzione sociale e da ogni ancoraggio nella realtà. Un’opera non può essere nello stesso tempo artistica e documentaria, perché l’arte deve permettere di sfuggire al reale (Philippe Dubois).

Se la Fotografia assume il valore di un vero e proprio trauma negli artisti e nella società del XIX secolo, non possiamo dimenticare che essa risveglia sentimenti ambivalenti, paura e attrazione allo stesso tempo: anche Baudelaire, pur denunciando il gusto della moltitudine per le foto, si sottopone a numerose “sedute di posa”, facendosi ritrarre più volte da Nadar e Carjat, i ritrattisti allora più celebri e stimati di Parigi. In una lettera del 1865 egli chiede con insistenza un ritratto alla madre, che sia però addolcito dalle sfumature di un disegno.

 

Ritratto di Charles Baudelaire eseguito da Étienne Carjat

Ritratto di Charles Baudelaire eseguito da Étienne Carjat

 

L’opinione del pittore Delacroix non differiva molto da quella del poeta. Delaroche esprimeva invece un parere opposto e lapidario: «A partire da oggi [1839] la pittura è morta». La storia ha dimostrato quanto il suo giudizio fosse affrettato, viziato forse dall’entusiasmo e dalla paura nei confronti del nuovo mezzo. Il mezzo fotografico, un po’ per le sue straordinarie capacità di riproduzione e un po’ per il breve tempo con cui aveva conquistato il campo del ritratto, insinuava paure in alcuni “artisti della tavolozza e dei pennelli”.

La Fotografia ebbe infatti il merito di permettere anche ai meno facoltosi la possibilità di farsi ritrarre.

 

Bibliografia consigliata
Baudelaire Charles, Il pubblico moderno e la fotografia, in Scritti sull’arte,
Einaudi, Torino 1981.
De Paz Alfredo, L’occhio della Modernità. Pittura e fotografia dalle origini alle avanguardie storiche
, Editrice clueb, Bologna 1987.
Dubois Philippe, L’atto fotografico, editrice Quattro Venti
, Urbino 1996. (link Amazon)
Freund Gisèle, Fotografia e società. Riflessione teorica ed esperienza pratica di un’allieva di Adorno, Einaudi, Torino 1980. (link Amazon, ed. 2007)
Mormorio Diego, Storia della fotografia, Tascabili Economici Newton, Roma 1996.
Newhall Beaumont, Storia della fotografia, Giulio Einaudi editore, Torino 1984. (link Amazon)
«Progresso fotografico» (serie oro),
Editrice Progresso, Milano. (Rivista)

 

(Per leggere la seconda parte clicca qui)

 

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