Sebastião Salgado e la fotografia con lo smartphone

8 Febbraio 2020 - Categoria: Persone

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Nel maggio 2018, su «Rolling Stone» è stata pubblicata un’intervista a Sebastião Salgado dal titolo Sebastião Salgado: «Scattare con il telefonino non c’entra niente con la fotografia». Incuriosito, ho letto subito l’articolo che, a ben vedere, è meno sensazionalistico e più profondo di quello che il titolo voleva far credere. Mi è sembrato perciò interessante condividere alcuni spunti di riflessione.

Ma partiamo dal testo dell’intervista, di cui cito due estratti.

Fotografia e telefonini

“Non è né negativo, né positivo [il fatto che ogni giorno vengano scattate miliardi di immagini con gli smartphone], semplicemente non c’entra niente con la fotografia. Quello che viene fatto con questi dispositivi [telefonini] è una cosa completamente diversa, usiamo la tecnologia per trasformare le immagini in un linguaggio. La fotografia ha una funzione più complessa, che è quella della memoria. La fotografia è quella cosa che i tuoi genitori ti hanno fatto quando eri bambino e hanno messo in un album, che magari si sfoglia insieme molti anni dopo e che raccontano la tua storia. Quella fotografia sarà magari un po’ rovinata, un po’ spiegazzata, ma ci sarà ancora quando i tuoi genitori non ci saranno più e la potrai conservare. Tutti fanno fotografie, è vero, ma sono solo un linguaggio della comunicazione. Oggi possiamo dire che forse i veri fotografi sono meno di quelli che esistevano 30 anni fa.” (grassetto mio)

Ma chi sono, oggi come ieri, i veri fotografi per Salgado?

“Quelli che scelgono la foto, la stampano e la prendono come punto di riferimento, come momento per fermare la storia.”

È evidente che le parole di Salgado riportate nel titolo dell’intervista hanno lo scopo di incuriosire il lettore, di invogliarlo a leggere l’articolo. Nulla di strano, questa è una normale prassi giornalistica. Ma leggendo il testo integrale ci si rende subito conto che il fotografo articola il suo pensiero in sfumature ben più sottili.

Chi conosce un po’ la storia e il modo di fotografare di Sebastião Salgado (ne ho parlato in questo articolo), che per tutta la vita ha documentato – prima gli esseri umani e poi gli ambienti incontaminati – sa come per lui la fotografia abbia la funzione fondamentale della memoria. Il mezzo deve servire a raccontare le persone, i luoghi e la loro storia.

Nell’intervista, quindi, Salgado afferma che sono l’uso e il trattamento delle fotografie a fare il “vero fotografo”.Salgado è più interessato alla dimensione del “perché” viene scattata fotografia piuttosto che a quella del “con che cosa”.

L’importanza della memoria

A mio parere uno dei problemi degli scatti dell’era digitale è che stampiamo sempre meno fotografie e spesso le archiviamo in modo inadeguato. Le immagini sono talmente tante che finiscono, quando va bene, in un hard disk senza nemmeno essere guardate. Da una parte, questo conferma che le singole fotografie hanno perso d’importanza, di valore, già al momento della scelta dei soggetti delle foto; dall’altra, evidenzia il problema della fragilità degli archivi.

Quante volte avete sentito dire: mi si è rotto il cellulare e ho perso tutte le foto; oppure, come faccio a recuperare tutte le mie foto salvate su un hard disk che non funziona più?

Il centro della questione non sono necessariamente i telefonini

Insomma, ciò che ho tratto dalle parole di Salgado non è certo una condanna degli smartphone, che di per sé sono solo strumenti, ma sull’uso che se ne può fare. Si tratta di dispositivi facilmente trasportabili che abbiamo sempre con noi, adatti a catturare momenti con immediatezza. Pensiamo agli iPhone Photography Awards del 2017, quando Sebastiano Tomada ha ricevuto il Grand Prize Winner proprioper una foto di reportage scattata con un iPhone 6s in una zona calda. Non credo che Salgado la classificherebbe come una “non fotografia”, vi pare?

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