Santu Mofokeng: A Silent Solitude

10 giugno 2017 - Categoria: Pubblicazioni


A Silent Solitude - Santu Mofokeng (copertina)Titolo: Santu Mofokeng: A Silent Solitude, Photographs 1982-2011

Formato: 24,5×28,5 cm, 255 pp. a colori, copertina rigida

Isbn-10: 0770434983
Isbn-13: 978-8857232164

Editore: Skira

Note: Edizione bilingue: italiano/inglese. La quasi totalità delle foto è in bianco e nero.

 

Quando mi venne regalato A Silent Solitude (Una Solitudine Silenziosa) non avevo mai sentito parlare di Santu Mofokeng. Sfogliai il volume senza leggere l’introduzione o altre notizie sul fotografo o sulla sua opera e rimasi subito colpito dal modo rispettoso di fotografare e documentare: una qualità e una scelta tutt’altro che scontate.

Le immagini contenute nel volume (scattate fra il 1982 e il 2011) non vogliono scuotere lo spettatore con violenza, sono fotografie pensose che portano a riflessioni profonde, dagli effetti più duraturi e persistenti rispetto a immagini “traumatiche”. Sono come frammenti di storie che riuniti insieme danno vita a una narrazione (universale) più ampia, libera dai confini dello spazio e del tempo.

In fondo, la Fotografia è sovversiva non quando spaventa, sconvolge o anche solo stigmatizza, ma quando è pensosa (Roland Barthes, La camera chiara)

 

Winter in Tembisa, 1991 (Billboards)

Winter in Tembisa, 1991 (Billboards) (© Santu Mofokeng Images courtesy Lunetta Bartz, MAKER, Johannesburg)

 

A distanza di qualche mese ho riaperto A Silent Solitude, questa volta leggendone i testi: note introduttive, biografiche, presentazione di Simon Njami (il curatore).
Per una curiosa casualità, in questi stessi giorni stavo rileggendo La camera chiara di Roland Barthes, richiamata più volte da Njami nella presentazione, e non ho potuto fare a meno di chiedermi se l’aver ripreso in mano il libro con le immagini di Mofokeng fosse stato davvero casuale o se – in qualche modo – il testo di Barthes me lo avesse “suggerito”.

La presentazione di Njami conferma le impressioni che avevo avuto sfogliando A Silent Solitude. «Oltre che di talento, che da solo sarebbe vano, un fotografo deve dar prova di dignità e responsabilità»; «Per lui (Mofokeng) raccontare la vita delle persone non consiste nell’andare a sorprenderle nel loro quotidiano per immortalarle in situazioni che, in ultima analisi, non possono che rimandare a facili stereotipi.»

Queste parole mi hanno fatto pensare a una poesia di Ando Gilardi, Non fotografare, apparsa in Meglio ladro che fotografo. Ne riporto alcuni versi, seppur decontestualizzati:

Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati.
Non fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno nella notte.
Non fotografare i neri umiliati, i giovani vittime della droga, gli alcolizzati che dormono i loro orribili sogni. La società gli ha già preso tutto, non prendergli anche la fotografia.

[…]

Le peggiori infamie fotografiche si commettono in nome del diritto all’informazione.

[…]

Perché presumi che il costume da free-lance, una borsa di accessori, tre macchine appese al collo e un flash sparato possano giustificarti?

 

Supplication, Johannesburg-Soweto Line, 1986 (Train Church)

Supplication, Johannesburg – Soweto Line, 1986 (Train Church) (© Santu Mofokeng Images courtesy Lunetta Bartz, MAKER, Johannesburg)

 

Santu inizia a scattare nelle township e fin da subito il suo intento è usare le immagini per presentare una visione degli abitanti alternativa a quella stereotipata. Le barriere da abbattere però non sono solo quelle fra chi vive all’interno e all’esterno delle township, ma anche fra il fotografo e i soggetti fotografati: anche se il fotografo è “uno di loro” il rischio di fraintendimenti non è da sottovalutare nel contesto sudafricano di quegli anni. Avere le migliori e le più sincere intenzioni e riuscire nel proprio intento non sono infatti aspetti che necessariamente coincidono. In occasione della prima mostra di Mofokeng, uno degli abitanti della township – sentendosi tradito – scrisse sul libro dei visitatori: “Far soldi con i Neri!”. Per Mofokeng si trattò di una svolta nella propria carriera, tanto che egli stesso avrebbe poi affermato: «[…] nel corso della mia ricerca non prestavo sufficiente attenzione ai racconti e alle aspirazioni delle persone che ritraevo. Ero diventato un fotografo professionista senza riflettere sul significato di quell’evoluzione. Non avevo pensato alla mia responsabilità nella lunga lotta sulla rappresentazione della storia del mio paese.».

«Santu sa già […] di non essere tagliato per il giornalismo. […] Decide […] di dedicarsi alla fotografia documentaria, caratterizzata da un ritmo interno che meglio corrisponde alle sue aspirazioni.» (Simon Njami).

Guardando i suoi progetti e i lavori successivi come The Black Photo Album: 1890-1950, Rumours/The Bloemhof Portfolio, Chasing Shadows (solo per citarne alcuni), non si hanno dubbi che sia riuscito nel suo intento. Un percorso di continua ricerca che ha trasformato in atto ciò che dentro di lui già esisteva in potenza. E non mi riferisco solamente alla capacità di trasmettere, con le immagini, ciò che realmente voleva narrare «evitando con estrema cura di insinuare qualsiasi ideologia nel proprio lavoro», lasciando agli altri «l’incarico di interpretare», ma anche al fatto che le storie che ci racconta «hanno tutte qualcosa di autobiografico» (Simon Njami).

Santu Mofokeng ha affinato un linguaggio che gli consente, con una rara disinvoltura, di sfuggire alla trappola dei particolarismi, delle identità definite.

 

Eyes-wide-shut, Motouleng Cave, Clarens, 2004 (Ishmael)

Eyes-wide-shut, Motouleng Cave, Clarens, 2004 (Ishmael) (© Santu Mofokeng Images courtesy Lunetta Bartz, MAKER, Johannesburg)

 

Dalla IV di copertina

«Fare il fotografo nell’epoca in cui Santu Mofokeng ha deciso di diventarlo non era un atto gratuito. Il Sudafrica era teatro di una guerra psicologica e morale. Talora fisica. La fotografia, allora, non poteva permettersi di essere un’astrazione artistica. Era impegno, politico e intellettuale. Era collera, era rivolta. Ma restava, malgrado tutto, una forma di scrittura: ed è così che Mofokeng l’ha praticata. Non alla maniera dei freedom fighters del suo paese che denunciavano l’iniquità dell’ideologia alla base dell’apartheid, ma come testimone privilegiato di una storia che fino ad allora era stata taciuta. Fotografando la propria gente, attraverso i luoghi, i volti, le strade, Mofokeng ci parla di se stesso. Perché qualsiasi storia inizia sempre da colui che la racconta e riconduce, alla fine, allo stesso narratore». (Simon Njami)

 

Conclusioni

Ho lasciato trascorrere alcuni mesi prima di riprendere in mano A Silent Solitude. I motivi di questa scelta sono stati due:

1. sotto il profilo estetico, le fotografie di Santu Mofokeng non sono le mie preferite. Sottolineo che si tratta di una questione soggettiva, di gusto personale, che nulla ha a che vedere con l’oggettivo valore documentaristico, narrativo, artistico e del percorso di ricerca intrapreso dal fotografo. Anche se l’opera di Mofokeng è senza alcun dubbio degna di nota e nonostante ne riconosca il valore, non ero troppo motivato ad approfondire. E, visto che una lettura più approfondita prima e lo scriverne poi avrebbero comunque richiesto del tempo (e visto che non si trattava di un lavoro su commissione), ho rimandato. Probabilmente, se non fosse entrata in gioco la seconda motivazione non avrei riaperto il libro.

2. La prima visione delle immagini di A Silent Solitude mi aveva lasciato un senso di inquietudine (non si trattava proprio di inquietudine ma, al momento, non mi viene in mente un termine più adatto). Come ho già scritto, il volume non propone immagini violente (a cui siamo così abituati dal bombardamento mediatico che magari mi avrebbero scosso lì per lì ma l’effetto sarebbe svanito alla chiusura del libro), ma scatti silenziosi, che non urlano, che portano a una riflessione profonda filtrata dal proprio vissuto e dalla propria cultura.
Ciò che provocano è una sorta di turbamento: ci troviamo di fronte immagini che possiamo descrivere a parole, contenenti elementi noti, ma la sola descrizione risulta incompleta, superficiale, insufficiente a svelarne il carico (la memoria?). Si tratta di qualcosa che non è palese: è più una latenza, un’ombra. Qualcosa che è presente e non lo è allo stesso tempo, sfuggente, confuso ma che diventa improvvisamente chiaro quando viene colto.

E sono proprio queste ombre a caratterizzare le immagini di Mofokeng. Sono quasi tutti scatti in bianco e nero dove, anche visivamente, è il gioco di luci e ombre a dare loro profondità.

Il senso di “inquietudine” di cui parlavo credo che derivasse proprio dal non essere riuscito, alla prima visione, a mettere a fuoco queste latenze. Un po’ come quando osserviamo una scena familiare e percepiamo una dissonanza, qualcosa fuori posto. Lì per lì non siamo in grado di individuare cosa sia, ma la sensazione ci resta fino a che non ci riusciamo. Credo che questo paragone si avvicini molto al concetto di inquietudine a cui mi riferivo.
Questa sensazione, se da una parte ha contribuito a far sì che il libro restasse chiuso in libreria per mesi, dall’altra mi ha spinto ad aprirlo nuovamente.

 

Buddhist Retreat, near Pietermaritzburg, 2003 (Chasing Shadows)

Buddhist Retreat, near Pietermaritzburg, 2003 (Chasing Shadows)
(© Santu Mofokeng Images courtesy Lunetta Bartz, MAKER, Johannesburg)

 

Consiglio il libro?

Forse non sono il commentatore più adatto per farlo. Come dicevo, non mi ha emozionato a livello visivo, non è scattata la scintilla. Riconosco il valore artistico dei lavori e la loro importanza, l’evoluzione del fotografo e la sua continua ricerca, ma non posso farmi piacere per forza le sue foto. Mi sono piaciute solo alcune immagini e non le includerei fra quelle per me indimenticabili. Di immagini oggi ne abbiamo viste e ne vediamo davvero tante e questa sovrabbondanza ci ha reso sempre più selettivi.

 

Due parole sul volume

Sfortunatamente la mia copia ha difetti di stampa quindi sorvolo su questo aspetto. Per il resto: la grafica della copertina non mi sembra particolarmente equilibrata, l’interno è accademico. Non ho capito perché, essendo bilingue (italiano-inglese), l’introduzione e la biografia siano prima in italiano e poi in inglese, mentre la presentazione del curatore prima in inglese e poi in italiano.
Ma la cosa che veramente mi ha lasciato perplesso è la gabbia del testo contenente le parole di Njami: viene usata la stessa pagina “mastro” (il template della gabbia), con margini molto differenti a sinistra e a destra, sia per le pagine pari sia per quelle dispari con il risultato che il testo delle pagine di sinistra finisce molto vicino alla rilegatura e quello della destra molto vicino al vivo del foglio.
Rimarco un po’ la cosa sia perché l’editore non è certo alle prime armi, sia perché il prezzo del volume è sì in linea con il tipo di pubblicazione ma la cura non tanto. Spero che nessuno me ne voglia, ma chi acquista (ancora) libri cartacei ed è disposto a spendere per essi (anche se questo mi è stato regalato 😉 ) ci tiene davvero e quindi ha anche aspettative elevate.

 

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  


Lascia un commento

avatar
  Subscribe  
Avvisami di