Massificazione della fotografia: la nascita della fotografia segnaletica (parte 1)

1 maggio 2018 - Categoria: Storia

Tra pochi giorni ricorrerà il 40° anniversario della legge 180 del 13 maggio 1978, detta anche legge Basaglia. Una norma che rivoluzionò il diritto in materia di trattamento sanitario obbligatorio e decretò formalmente la fine della struttura istituzionale del manicomio. La legge fu un riconoscimento importante del percorso intrapreso in Italia da Franco Basaglia e da coloro che condividevano una visione della cura del disagio mentale fondata sulla comprensione e sul recupero piuttosto che sulla “detenzione” e l’isolamento. Una legge che riconsegnò ai matti lo statuto di cittadini.

Ma cosa c’entrano Basaglia e i manicomi con l’articolo di oggi? Ve lo dico subito. In queste settimane sono molti gli articoli che parlano dei 40 anni della legge 180 e che (si vedano gli interventi di Franco Rotelli) fanno il punto della situazione sui passi avanti intrapresi ma anche sul lavoro che deve essere ancora fatto. Sulla scia della “ricorrenza” mi è venuta voglia di riaprire Basaglia a Trieste, cronache del cambiamento, un libro fotografico che racconta alcuni dei momenti e dei successi dell’“esperimento” triestino attraverso le immagini di Claudio Ernè.

 

Basaglia a Trieste. Cronaca del cambiamento (copertina)

Basaglia a Trieste. Cronaca del cambiamento (copertina).

 

Nel libro sono riportati anche alcuni brevi testi di Peppe dell’Acqua, di Franco Rotelli e dello stesso Ernè; quello di dell’Acqua, in particolare, ricorda l’indissolubile rapporto che ha legato la catalogazione e la stigmatizzazione dei disagi mentali (e dei loro portatori) alla fotografia.

La fotografia psichiatrica aveva due scopi manifesti: uno era identificare l’internato (al momento della reclusione) e l’altro documentare il suo stato e la patologia da cui era affetto durante il trattamento (che difficilmente gli avrebbe ridato la “libertà”). A questo punto il racconto si dovrebbe complicare e parlare del valore culturale e “mediatico” di queste immagini, della loro funzione di costruire la figura del diverso, del “non normale”, ma diventerebbe un argomento che, per quanto interessante, necessiterebbe di una trattazione ampia e approfondita.

Prendendo spunto dalla nascita della fotografia psichiatrica e dalla funzione identificativa, ho deciso di parlare brevemente di due fenomeni che presero forma nella seconda metà dell’Ottocento: uno è in parte affine a quello appena citato, la fotografia giudiziaria a scopo segnaletico e identificativo, l’altro è la nascita del foto-dilettantismo e la curiosa parentesi delle detective camera. Foto-dilettantismo e fotografia identificativa sono entrambi resi possibili dalle innovazioni tecnologiche che hanno portato alla massificazione della fotografia. E sono sempre i progressi tecnologici che, intorno al 1860, hanno permesso di democratizzare il ritratto, rendendolo più economico e accessibile a chiunque. In questo modo ogni persona poteva fissare la propria effige su carta, ma allo stesso tempo creava un documento che poteva renderlo identificabile. Si tratta di una prospettiva poco considerata agli albori della diffusione della fotografia, ma che chiude il cerchio della storia che state per leggere.

 

Massificazione della fotografia e identificazione

Le innovazioni tecnologiche che semplificarono la pratica fotografia e la sua riproducibilità resero la fotografia uno strumento interessante nell’ambito della pubblica sicurezza.

 

La domanda di sicurezza

Nella seconda metà dell’Ottocento, in particolar modo nelle città, la criminalità era fortemente cresciuta: nella società industriale era quindi sempre maggiore la richiesta di protezione e rassicurazione. Negli ultimi venti anni del XIX secolo i giornali dedicavano ampio spazio ai successi conseguiti dalla polizia: le persone desideravano sentirsi rassicurate e quale miglior modo se non sbandierare i successi ottenuti grazie agli ultimi ritrovati in campo scientifico? La “cattura fotografica” del deviante in azione era uno di questi, insieme alle schedature iconografiche che permettevano il riconoscimento del criminale in maniera molto più semplice rispetto alle sole impronte digitali. Riconoscimento che, grazie ai manifesti, poteva essere effettuato da qualunque cittadino.

«Alla metà del secolo [anche se il vero fondatore della polizia scientifica viene considerato Alphonse Bertillon, che nel 1882 fondò in Francia il servizio di Identità Giudiziaria della prefettura di polizia], essa [la fotografia] permetteva finalmente di dare un volto a ogni cittadino, e quindi anche di esercitare un controllo preventivo e un intervento punitivo» (Gabriele D’Autilia, L’indizio e la prova. La storia nella fotografia).

 

Bertillonage

Bertillonage.

 

Possedere un ritratto depositato presso uno studio fotografico, conservarlo in casa o concederlo in dono, diventò, per i trasgressori della legge, quasi altrettanto pericoloso che avere la scritta «wanted» stampata sopra propria immagine. «La storia del West abbonda di killers che per aver donato il proprio dagherrotipo a una ragazza del saloon, furono inopinatamente riconosciuti da un bounty killer, cioè da un “buon omicida”, cadendo sotto i suoi colpi» (Ando Gilardi, Wanted! Storia, tecnica ed estetica della fotografia criminale, segnaletica e giudiziaria).

 

Le detective camera

I primi apparecchi usati dagli agenti per la “cattura fotografica” dei criminali in azione avevano la particolarità di poter essere utilizzati senza cavalletto e dettero il via a una moda borghese: la fortunata commercializzazione delle detective camera (vessate per lo più da difetti di funzionamento). Questi apparecchi, camuffati da oggetti di comune uso quotidiano, vennero pubblicizzati come strumenti a disposizione dell’onesto cittadino affinché anch’egli potesse dare il proprio contributo al mantenimento dell’ordine pubblico e alla cattura di tutti coloro che intendevano turbarlo. Alla metà degli anni Ottanta del XIX secolo questi bizzarri apparecchi divennero una mania: «Adams e Co. per 42 scellini applicavano a qualsivoglia bombetta la loro detective» e le bombette erano solo uno degli accessori utilizzati oltre a orologi, bottoni del cappotto, cravatte, bastoni da passeggio ecc. Ma, al di là della promozione della Adams & Co., i prezzi delle detective installate negli innumerevoli accessori erano molto più elevati.

 

Detective camera

Detective camera (fonte immagine: downtowncamera.tumblr.com).

 

La diffusione di questi apparecchi, che ebbe durata trentennale, portò allo scoperto l’esistenza di una categoria di fotografi accanto ai quella dei fotoamatori: questi ultimi erano interessati alla qualità dello strumento e al risultato mentre i ben più numerosi «pseudofotografi […] si appagavano con l’esibizione dell’apparecchio e tanto più [quanto esso] appariva stravagante, misterioso, provocante» (Ando Gilardi, Storia sociale della fotografia).

 

Il ritratto come potenziale segnaletica

Lo stesso ritratto fotografico, pratica che sancì il primo uso sociale della fotografia, venne percepito come uno strumento per favorire l’identificazione delle persone, «un mezzo di tutela della società civile contro gli individui pericolosi […]» (Carlo Brogi, Il ritratto in fotografia – appunti pratici per chi posa). Di ciò si era accorto già da tempo il ministro degli interni Duchatél: «Il dato “matematico” della misurazione del volto è… il fotoritratto» (Ando Gilardi, Wanted!). Allo scopo infatti non venivano utilizzati solo gli “scientifici” ritratti “presi” nelle centrali di polizia, ma anche autoritratti e foto di famiglia, reperite presso parenti, da apporre nel manifesto segnaletico.

Qualche decennio più tardi, in Italia, una delle leggi fasciste del 1927 prevedeva la consegna obbligatoria di una propria foto allo Stato, sia per agevolare il controllo da parte del regime, sia per reprimere l’organizzazione antifascista. Per quest’ultimo scopo venivano utilizzate anche foto scattate in occasione di un fermo o sequestrate durante le perquisizioni (Gabriele D’Autilia).

Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, i ritratti segnaletici dei devianti mostrano anche la loro funzione didattica: in un libro per ragazzi sono riprodotte alcune foto segnaletiche corredate dalla seguente didascalia «La fotografia rende i più grandi servizi alla società. Si esegue, per amore o per forza, il ritratto di tutti i sospetti e condannati alla prigione. Più tardi, se si scoprirà un crimine, il ritratto sarà utile all’arresto del colpevole e di grande aiuto nelle indagini…» (Ando Gilardi, Wanted!).

Sull’uso della didascalia nelle immagini andrebbe aperto un capitolo a parte. Non mi riferisco in particolare alla didascalia appena citata (che comunque non è innocua), ma all’uso strumentale che ne può essere fatto.

 

L’articolo è diviso in due parti: potete leggere la seconda cliccando qui.

 

Bibliografia consigliata

Gabriele D’Autilia, L’indizio e la prova. La storia nella fotografia
Gisèle Freund, Fotografia e società
Ando Gilardi, Wanted! Storia, tecnica ed estetica della fotografia criminale, segnaletica e giudiziaria
Ando Gilardi, Storia sociale della fotografia
Beaumont Newhall, Storia della fotografia

 

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